insegnaci ad amare la nostra pazzia

Du, lass dich nicht verhaerten in dieser harten Zeit- Du, lass dich nicht verbittern in dieser bitteren Zeit (Wolf Bierman) Che pretesa essere amati da adulti se non ti hanno mai amato da bambino (A Busi) Hvad man ikke har haft som barn, faar man aldrig nok siden af (Tove Ditlevsen) To live without hope, to work without love (Virginia Woolf)

Saturday, January 13, 2007

J'avais la joie amère de me connaitre seul

Che cosa pensavi di provare quando credevi di amarlo ?

Provavo quello che provano tutti gli innamorati: mi sentivo il sangue scorrere nelle vene, e questa sensazione mi andava alla testa. L'aspetto bizzarro, tuttavia, è che per le persone normali questa fase entusiastica, irrazionale, di stordimento - propriamente chiamata infatuazione, innamoramento - dura solo all'inizio della relazione prima di trasformarsi col tempo in un sentimento più quieto di appagamento, quando non addirittura di torpore dei sensi. Nel mio caso invece l'ebbrezza ha continuato a essere una presenza vivificante della relazione, la sua caratteristica e la sua contraddizione (se era innamoramento continuo non poteva essere amore), mi toglieva il respiro ogni volta che pensavo a lui, ogni volta che il mio cuore si riconosceva nel suo, dandomi la sensazione di essere amato cercato desiderato.

Forse chi è abituato all'amore supera in fretta la prima fase, perché tutto sommato si aspetta di avere ciò che ha. A me tutto sembrava invece stra-ordinario, ogni cosa si illuminava di luce propria per la grazia che mi sembrava di aver ricevuto in sorte immeritatamente. Soltanto dopo ho capito che non era così, che non solo meritavo quell'amore ma anche molto di più, che ero io la persona straordinaria che dava nutrimento e calore a quel sentimento, che il mio valore intrinseco non abbisognava affatto di validazione esterna, e men che mai da parte di una figura del tutto normale, quasi pateticamente scialba e prosaica, che era rimasta abbagliata dalla mia luce straordinaria di cui io non avevo ancora all'epoca coscienza.

Ero stato da sempre, fin da bambino, stra-ordinario, ma non certo - o almeno non solo - per i miei talenti, linguistici, di cultura e di erudizione. No, la mia dote più grande - lo è ancora ? - era la capacità quasi illimitata di ascolto. Tutti - letteralmente, tutti - si mettevano a parlare con me, adulti e bambini, per raccontarmi i loro guaj, i loro drammi familiari di quieta disperazione, le loro devastazioni interiori, vittime sacrificali dei "valori" che avevano trasformato in idoli. Raccoglievo le confessioni di attempate maestre, le lamentele dei negozianti presso cui si serviva mia madre, i segreti, spesso scabrosi e quasi sempre legati al sesso, dei miei compagnetti o dei loro fratelli, delle loro sorelle, e a volte anche delle loro mamme. A volte, se mi trovavo per strada da solo, venivo chiamato da donne (per strada sempre e solo donne, mai uomini, chissà perché...) che mi rovesciavano addosso domande e inquietudini. Una volta mentre aspettavo nella sala d'attesa del medico di famiglia, varie pazienti iniziarono a farmi domande su mia madre e sui suoi acciacchi ma era solo un pretesto per dare la stura alle loro confessioni e divagazioni. Un'altra volta, quando vivevo a Copenhagen iniziai a discutere di Kierkegaard con due signore in attesa con me alla fermata dell'autobus (ricordo ancora dove: dietro la Marmorkirke) e rimediai un invito per un thè da una di loro. Da bambino nei soggiorni sulle alpi svizzere ero sempre richiestissimo da anziane matrone che mi adescavano con offerte di cioccolata a cui dovevo poi rispondere, costretto dal babbo, con biglietti di ringraziamento una volta tornato a casa.

Se rifletto, vedo bene che queste reazione dovevano essere suscitate da un mio atteggiamento interiore che veniva percepito da chi si avvicinava a me, e ha continuato a essere così fino a poco tempo fa, fino a quando cioè non ho incontrato amato e perso lui. Le vecchiette sul tram o su un vagone affollato del metrò - a Londra a Milano a Parigi - venivano immancabilmente a sedersi accanto a me oppure mi cercavano scrutando i volti dei passeggeri fino a quando non posavano i loro occhi su di me: quanti incontri, a volte emozionanti, quanti ricordi, quanti messaggi mi hanno lasciato, di molte di loro ricordo con esattezza il volto e le parole. Di un'altra donna, sublime e unica, incontrata in circostanze che possono solo dirsi poetiche, addirittura il cognome, Pignatta.

Dopo la fine dell'amore devo essere cambiato (è quello che mi hanno detto le colleghe quando sono tornato in Italia): il mio sguardo tradisce qualcos'altro, spesso deve brillare un lampo di odio nei miei occhi che incute addirittura timore e le allontana, se si azzardano smettono subito, quasi si rendessero conto di essere cadute in un equivoco.

Non conoscevo questo sentimento per me nuovo, l'odio, cosa più che ragionevole, non avendo mai fino allora conosciuto il suo volto complementare. Deve essere chiaro che trattasi dello stesso sentimento, basato sul concetto di carenza (carus, "caro", da carere, provare assenza, sentire la mancanza di). In amore la carenza si volge dall'interno verso l'esterno, riempio il mio vuoto tendendomi verso l'altro. Nell'odio la carenza è creata dall'altro che dall'esterno si muove verso il mio interno per portarsi via qualcosa di me, per appropriarsi di qualcosa che mi è intimamente prezioso. Soffre chi odia, non chi è odiato. Gode chi ama, non chi è amato.

Se ho imparato qualcosa dalla mia storia d'amore - strampalata, sconclusionata e misteriosamente bella - è che il proprio vuoto non va riempito; dobbiamo imparare a convivere con esso e a rispettarlo.

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4 Comments:

At January 14, 2007 6:23 pm, Anonymous Anonymous said...

come è fortunata lei, miss..ma si rende conto della fortuna che ha avuto? sentire la nuca che divampa all'improvviso, i muscoli tesi, il cuore battere, il respiro mancare, e quella sensazione di imbarazzo perenne, solo perchè davanti a te c'è lui. io non ho mai amato nessuno così. io sono solo stata amata. e fa male dover lasciare qualcuno perchè non lo ami come ti ama lui...
L'odio è meglio dell'indifferenza, miss. ti fa sentire vivo..quindi se lo goda finchè c'è.

 
At January 15, 2007 8:12 am, Anonymous Anonymous said...

Meglio il vuoto degli scompensi descritti, i sintomi ascrivibili all'amore sono quelli di una malattia da evitare, un contagio del quale si dimentica il vaccino.

 
At January 15, 2007 3:36 pm, Blogger miss brodie said...

Miss Brodie tiene a puntualizzare che non odia nessuno, non ha mai odiato nessuno, nemmeno i suoi nemici, e se qualche volta di recente si è trovata a provare questo sentimento lo ha subito scacciata.
Miss Brodie tiene inoltre a precisare che non ha mai creduto che il vuoto fosse meglio di qualcos'altro visto che il niente non può essere meglio di qualcosa, e l'amore per quanto sfortunato è un sentimento che fa sentire vivi, anche se, appunto, costa.

 
At February 05, 2007 7:36 pm, Anonymous Anonymous said...

Io l'ho sentito...ho sentito il mio sangue scorrere impazzito nelle vene per molti anni e ho visto morire molti giorni aspettando solo che ne iniziasse uno nuovo per poter godere ancora di quella sensazione vivificante, per sentire il mio cuore talmente gonfio d'aver paura ch'esplodesse. Poi è passato, si è placato nel peggior modo, con la menzogna e l'inganno...e allora tutto si è capovolto..aspettavo che diventasse notte per poter stare sola coi miei pensieri che si moltiplicavano e con essi si moltiplicava anche la rabbia per aver acconsentito a perdere quello che credevo di avere. Certe volte serve l'amore per sentirsi vivi e certe volte serve perderlo per sentire la VITA.

 

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